Comunicato stampa

Apprendiamo dalla stampa la notizia di due dichiarazioni a dir poco sconcertanti. Si tratta delle parole pronunciate dal consigliere regionale leghista Antonio Calligaris – “ai migranti sparerei”–, e di quelle scritte sui social network dal responsabile della Protezione Civile di Grado, Giuliano Felluga, che – sempre contro i migranti – invoca l’uso dei forni crematori.

I due episodi distinti vanno letti insieme perché indicano entrambi l’incredibile livello di violenza politica e ideologica nel quale si è giunti in Friuli Venezia Giulia a seguito delle campagne di odio da parte del partito al potere in Regione e in molti Comuni, ovvero la lega nord, e di gruppi estremisti a essa collegati. Il Fvg, terra di grande storia e cultura, è purtroppo oggi percepito in Italia e all’estero come una terra nella quale è a rischio la tenuta della vita democratica. La gravità della situazione non va sottovaluta e richiede una rinnovata risposta da parte della società civile regionale e di tutte le forze politiche che si riconoscono nei valori costituzionali.

Ics esorta la magistratura locale ad agire con maggiore determinazione verso comportamenti che nulla hanno a che fare con la libera espressione di pensiero, per quanto retrivo e misero possa essere, ma assume le caratteristiche piene di incitamento alla violenza e all’odio razziale.

Sospendiamo gli accordi con la Libia – Ora!

Sospendere gli accordi con la Libia, ora. È questa la richiesta della Campagna IOACCOLGO cha ha aderito all’appello “I sommersi e i salvati”, lanciato da Luigi Manconi, Roberto Saviano, Sandro Veronesi e sottoscritto da intellettuali, ong, associazioni e tanti cittadini e cittadine. La campagna ha deciso, inoltre, di sostenere l’appello chiedendo a tutti gli aderenti di promuovere un’azione di mail bombing nei confronti del governo per far sentire il nostro dissenso contro la decisione di rifinanziare la Guardia Costiera Libica.

Per questo vi chiediamo di essere pronti perché nel pomeriggio di lunedì 27 luglio, in concomitanza con la manifestazione di piazza, faremo partire l’azione di mailbombing, invitando tutti coloro che le condividono a inondare di mail le caselle di posta del Presidente del consiglio, della Ministra Lamorgese, del Ministro Di Maio per chiedere che queste richieste vengano accolte.

Nella mattinata di lunedì 27 riceverete tutte le informazioni necessarie e gli indirizzi mail a cui scrivere, intanto siate pronti ad attivarvi.

PER LEGGERE E ADERIRE ALL’APPELLO: https://forms.gle/PgQSWiwyiLXnAiF57

Dal G8 di Genova a oggi: l’urgenza di un cambiamento che non può più attendere

La gravissima vicenda che ha nuovamente investito l’Arma dei carabinieri per ciò che è accaduto nella caserma di Piacenza non può essere relegata, come avvenuto troppe volte, ad un fatto isolato né può trovare spiegazione nella facile motivazione delle “mele marce”. Troppo gravi, ripetuti e sistematici sono infatti i fatti contestati per non illuminare una problematica generale.

Siamo, in questo fine luglio, al 19esimo anniversario di quanto avvenuto al G8 di Genova, che ha rappresentato il più grave episodio di violenza di polizia accaduto in Europa negli ultimi decenni. Dopo il G8 tutti ricordano i casi di Aldrovandi, Uva, Magherini, Cucchi che tuttavia non sono affatto gli unici ma solo quelli che hanno avuto clamore mediatica. Sono in particolare i “soggetti deboli”, ovvero coloro che hanno – anche solo nella percezione diffusa – meno diritti di altri, o che sono percepiti come persone di serie B, coloro con i quali è facile scivolare in un approccio “muscolare”. È accaduto infatti così anche nella caserma di Piacenza, nella quale sono stati proprio i soggetti percepiti dai loro aguzzini come marginali e privi di potere (tra loro, non a caso, molti immigrati) a essere i destinatari delle violenze e delle manifestazioni di disprezzo e umiliazione. Grandissimo allarme suscitano in particolare, in tutta Italia, gli incessanti episodi che si segnalano nelle carceri (si veda proprio in questi giorni i fatti gravissimi di Torino) e nei famigerati centri di detenzione amministrativa per gli stranieri (CPR) come quello di Gradisca d’Isonzo, nel quale in soli sei mesi ben due persone sono morte in circostanze ancora oscure.

Ciò che colpisce di più nei fatti accaduti nella caserma dell’orrore è che gli autori delle violenze agivano come se il loro comportamento fosse normale manifestazione del proprio potere e che ne sarebbero pertanto rimasti impuniti, come molte volte è accaduto. Una situazione che non deve ripetersi anche questa volta: l’inchiesta dovrà essere rigorosa e i vertici dell’Arma dovranno dare prova di massima trasparenza e collaborazione.

Nell’approcciare queste problematiche sarebbe un grave errore pensare che si tratti di questioni che non riguardino in profondità anche l’Italia ma sole altri Paesi (e il pensiero corre subito agli USA). Al contrario, i problemi di fondo sui ruoli e sulle modalità di intervento delle varie forze di polizia in Italia, sulla formazione del personale, sul codice di condotta e sulle misure di controllo interno sono ancora tutti aperti e non affrontati da anni.

È necessario, in una società democratica, non rimuovere questi temi scomodi né gridare scompostamente a una lesa maestà quando vengono sollevati, ma al contrario metterli al centro della pubblica riflessione perché non si tratta di temi secondari ma del cuore stesso della democrazia.

Respingimenti informali. Slovenia condannata per aver respinto un richiedente asilo

La ministra Lamorgese durante la sua visita a Trieste del 13 luglio ha rivendicato come buona prassi per regolare gli arrivi dalla Rotta balcanica i respingimenti informali dei richiedenti asilo verso la Slovenia. I respinti vengono poi a loro volta respinti verso la Croazia e attraverso violenze e vere e proprie torture largamente denunciate e documentate rimandati al punto di partenza vale a dire la Bosnia.

In questo modo si impedisce di fatto ai profughi di fare richiesta di domanda d’asilo in Croazia, in Slovenia e in Italia.

Il 16 luglio il Tribunale amministrativo della Slovenia ha giudicato illegale il respingimento di un richiedente asilo appartenente alla minoranza anglofona del Camerun.

Al suo ingresso in Slovenia l’uomo, di cui sono note le iniziali J.D., era stato trattenuto per due giorni in una stazione di polizia presso il confine. Gli era stato negato l’accesso alla procedura d’asilo sebbene l’avesse ripetutamente chiesta. Respinto in Croaziacontro le norme dell’Unione Europea“, come si legge nella sentenza, da qui era stato ulteriormente rinviato in Bosnia ed Erzegovina.

Nella sua sentenza, il Tribunale amministrativo ha stabilito che la Slovenia ha violato il diritto d’asilo (articolo 18 della Carta europea dei diritti fondamentali), il divieto di espulsioni collettive (articolo 19.1) e il principio di non respingimento (articolo 19.2).

J.D., che attualmente si trova in Bosnia ed Erzegovina, riceverà un risarcimento di 5.000 euro e potrà entrare in Slovenia per chiedere protezione internazionale. Sempre che in appello non venga data ragione al Ministero dell’Interno di Lubiana, che ha annunciato il ricorso.

Comunicato stampa

I cittadini stranieri che, nel momento di entrare nel territorio italiano, richiedono asilo politico vengono sottoposti a un periodo di isolamento fiduciario della durata di 14 giorni, al fine di escludere la presenza di patologie connesse al covid-19. Durante questo periodo è prevista l’applicazione delle misure di distanziamento sociale, insieme alle altre misure organizzative e gestionali necessarie.

Come di recente evidenziato nel nostro report statistico (è possibile leggerlo cliccando qui), grazie alla collaborazione con l’associazione DonK Humanitarian Medicine la salute dei richiedenti asilo accolti a Trieste riceve adeguata attenzione da parte di 36 medici volontari, per un totale di oltre 2000 visite all’anno.

La situazione sanitaria rimane pertanto sotto controllo. Ricordiamo infine che il diritto all’asilo non può essere messo in contrapposizione al controllo sanitario: è doveroso garantirli entrambi, attuando – come si sta facendo – ogni misura necessaria per prevenire eventuali contagi da covid-19.

Incontro con Nello Scavo. Giornalismo d’inchiesta e l’ostinata ricerca della verità

Sul palco del Lunatico Alessandro Metz, armatore sociale di Mediterranea Saving Humans e Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà-Ufficio Rifugiati, incontrano Nello Scavo, giornalista inviato di Avvenire, in prima linea nel raccontare la rotta migratoria del Mediterraneo, autore di numerose inchieste sui respingimenti al largo delle coste europee e i rapporti tra i governi, in particolar modo italiano e maltese, con la cosiddetta Guardia Costiera libica, evidenziandone i lati oscuri e gli accordi con i diversi Clan libici. Vive sotto scorta per le minacce ricevute a seguito di queste inchieste.

La serata è organizzata in collaborazione con Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin.

Nello Scavo è giornalista di “Avvenire”. Dopo gli esordi a Catania per “La Sicilia” e le collaborazioni con alcune testate nazionali, dal 2001 è giornalista del quotidiano di ispirazione cattolica. Reporter internazionale, cronista giudiziario, corrispondente di guerra, collabora con diverse testate estere. Le sue inchieste sono state rilanciate dalle principali testate del mondo, fra cui The New York Times, The Washington Post, The Independent, The Guardian, Le Monde, Huffington Post, La Croix, Bbc, Cnn, Clarin, La Nacion, El Pais, El Mundo e altri.

Negli anni, ha indagato sulla criminalità organizzata e il terrorismo globale, firmando servizi da molte zone «calde» del mondo come la ex-Jugoslavia, la Cambogia e il Sudest asiatico, i paesi dell’ex Urss, l’America Latina, le frontiere più ostili in Turchia, Siria, la Rotta Balcanica, il Corno d’Africa e il Maghreb.

Nel settembre 2017 è riuscito a introdursi in una prigione clandestina degli scafisti libici, raccontando in presa diretta quali siano le condizioni dei migranti intrappolati. Nel 2016, dopo avere percorso e raccontato per oltre un anno la rotta terrestre dei Balcani, insieme a carovane di profughi, è stato in Siria scoprendo le catacombe dove sono tornati a vivere i cristiani sotto i bombardamenti. Nel 2011 è stato tra i primi al mondo a entrare insieme a Cnn, Reuters e New York Times nella città di Mogadisho, mentre la capitale somala veniva devastata da una nuova ondata di combattimenti.

Negli ultimi anni è stato tra i giornalisti internazionali a trascorrere più tempo sulle navi di salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, con tre missioni sulla nave Mare Jonio, la nave battente bandiera italiana dell’associazione Mediterranea Saving Humans. Nel 2019 ha svelato il negoziato tra autorità italiane e trafficanti di petrolio, armi ed esseri umani in Libia. A causa delle ripercussioni internazionali di quella inchiesta è stato posto sotto tutela.

Tra gli altri, ha scritto “La Lista di Bergoglio” (Emi, 16 lingue – 60 Paesi) “I sommersi e i salvati di Bergoglio” (Piemme-Mondadori, 2014), “Luigi Ciotti, un pretre contre la mafia” (Bayard, Francia). “I nemici di Francesco” (Piemme-Mondadori, tradotto in oltre 20 Paesi).”Perseguitati” (Piemme – Mondadori, in via di traduzione per l’estero). “Bergoglio e i libri di Esther. L’amicizia tra il futuro papa e la rivoluzionaria desaparecida” (Città Nuova, 2017). “Fake Pope. Le false notizie su Papa Francesco” scritto con Roberto Beretta (San Paolo, 2018). L’ultimo libro è “Pescatori di uomini”, scritto con don Mattia Ferrari (Garzanti, 2020) in corso di traduzione all’estero.

Tra gli ultimi riconoscimenti ricevuti da Nello Scavo il Premio “Mario Francese” e Premio “Giuseppe Fava”nel 2020. Il 3 ottobre prossimo a Trieste riceverà il Premio Luchetta per aver raccontato la storia di un bimbo ivoriano, sopravvissuto ai campi libici, soccorso dalla nave Mare Jonio dell’Associazione Mediterranea Saving Humans nell’agosto 2019, che viaggiava da solo, ricongiuntosi poi alla madre a Torino.

Pubblicato il dossier di RiVolti ai Balcani

L’obiettivo: rompere il silenzio sulla rotta balcanica, denunciando quanto sta avvenendo in quei luoghi e lanciando chiaro il messaggio che i soggetti vulnerabili del game” non sono più soli.

Il report “Rotta Balcanica: i migranti senza diritti nel cuore dell’Europa” della neonata rete “RiVolti ai Balcani” è composta da oltre 36 realtà e singoli impegnati nella difesa dei diritti delle persone e dei principi fondamentali sui quali si basano la Costituzione italiana e le norme europee e internazionali.

Il report è la prima selezione e analisi ragionata delle principali fonti internazionali sulle violenze nei Balcani che viene pubblicata in Italia. Un capitolo esamina la gravissima situazione dei respingimenti alla frontiera italo-slovena.

È possibile scaricarlo gratuitamente in formato pdf dal sito di Altreconomia, cliccando qui.

La decisione della Corte costituzionale sul diritto all’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo è l’inizio della fine dell’illegittima normativa voluta da Salvini

La Corte Costituzionale con sentenza del 9 luglio 2020 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma introdotta dal primo Decreto Salvini, che negava l’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. Secondo la Corte si tratta di una norma che viola l’art.3 della Costituzione, in quanto discriminatoria e lesiva dei diritti fondamentali della persona. Si conferma come l’impianto normativo voluto dall’ex ministro dell’Interno è sostanzialmente illegale nonché produttore, nella società, di profonde lacerazioni del tessuto sociale.

Molti comuni che hanno a cuore lo stato di Diritto e l’uguaglianza tra i cittadini, dando un’interpretazione cosiddetta “costituzionalmente orientata” delle norme del decreto (in)sicurezza, da tempo iscrivevano i richiedenti asilo all’anagrafe. Non così purtroppo è avvenuto con il Comune di Trieste che, nonostante le interlocuzioni tentate, ha continuato, per volontà politica, su una strada di ottusa chiusura ideologica negando l’iscrizione anagrafica a più di 1200 persone. Ora tutti gli avanti diritto dovranno essere iscritti vedendosi riconosciuto il proprio diritto.

ICS auspica che anche questa vicenda costituisca un monito a coloro che vivono della politica dell’odio e della divisione erodendo i valori costituzionali sui quali si basa la nostra Repubblica.

Irresponsabili le dichiarazioni della giunta Fedriga sui rischi di contagio derivanti dall’accoglienza

In relazione alle dichiarazioni del governatore Fedriga e dell’assessore Riccardi sui possibili contagi di covid-19 connessi all’arrivo dei rifugiati dalla rotta balcanica, ICS ricorda che tutti i richiedenti asilo – senza eccezione – sono sottoposti a vigilanza sanitaria e a un periodo di isolamento fiduciario di 14 giorni allo scopo di escludere la presenza di patologie connesse al covid-19.

Tra gennaio e maggio 2020 l’associazione di medicina umanitaria Donk, in coordinamento con l’Azienda Sanitaria, ha effettuato oltre 900 visite e 18 tamponi su possibili casi sospetti. Nessun caso di covid-19 è stato registrato a Trieste tra i richiedenti asilo.

Nessuno può ovviamente escludere che possano in futuro presentarsi casi positivi tra i migranti, come in qualunque altro settore della popolazione italiana, ma il sistema di accoglienza e di vigilanza sanitaria è operativo h24 ed è adeguato a rispondere alle necessità.

Procurare allarme tra la popolazione al fine di trarre un misero consenso politico è un comportamento grave e irresponsabile che mira a coprire l’incapacità dimostrata dall’amministrazione regionale nella gestione dell’emergenza sanitaria come è avvenuto nel caso delle case di riposo e delle residenze assistite e con il grottesco caso della nave traghetto che ha ridicolizzato la nostra regione in tutta Italia.

Dossier Statistico sul sistema di accoglienza e protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati a Trieste 2019-2020

La mattina del 26 giugno 2020 è stato presentato, nella sede della Curia vescovile di Trieste, il “Dossier statistico sul sistema di accoglienza e protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati a Trieste” per l’anno 2019, aggiornato con alcuni dati ai primi mesi del 2020.

Don Alessandro Amodeo (Caritas) ha introdotto: «si tratta di dati statistici ed esperienziali sull’accoglienza a Trieste. I nuovi accolti nel 2019 sono stati significativi ma, come si vede dal report, non sono stati di molto maggiori rispetto all’anno precedente. Nessun “boom dell’immigrazione” quindi».

Un numero in forte calo è, invece, quello dei dipendenti: «43 in meno rispetto all’anno precedente – continua Amodeo –, posti di lavoro persi sul territorio cittadino, il dato deve far riflettere. Da notare poi che il sistema ha retto anche quando sono arrivate in un giorno 120 persone, i centri di accoglienza non sono mai stati al collasso, bisogna smettere di utilizzare l’immigrazione come strumento di propaganda».

Il presidente dell’ICS Gianfranco Schiavone ha illustrato le slide del report: «nel corso del 2019 il numero di presenze è stato costante, nei primi cinque mesi del 2020 c’è stata invece una diminuzione del numero complessivo». Un dato critico riguarda il SIPROIMI (ex Sprar), che a Trieste vede pochi posti rispetto all’esigenza del territorio: «siamo stati obbligati a trasferire anche persone titolari di protezione – osserva Schiavone –, si tratta in questo caso di accolti già inseriti nel tessuto sociale della città, non di persone appena arrivate».

Altro dato negativo per il territorio riguarda i percorsi di inserimento professionale: «mentre siamo riusciti ad aumentare gli inserimenti nei corsi di italiano – continua Schiavone – nel 2019 sono diminuiti gli iscritti alla terza media e ai corsi professionali, con una forte diminuzione dei tirocini. Questo è dovuto alla contrazione dei costi dell’accoglienza, che ha colpito principalmente le risorse destinate ai percorsi di inserimento sociale».

Il secondo effetto dei tagli è, come anticipato da don Amodeo, il licenziamento di molti operatori: «il numero complessivo è calato di 43 unità, si tratta di 43 famiglie italiane che hanno perso il lavoro in maniera diretta. Riusciamo ancora a garantire un’accoglienza dignitosa, ogni operatore ha un numero ancora abbastanza limitato di accolti – anche se maggiore di prima – ma è chiaro che togliendo servizi di integrazione ci sono e ci saranno, inevitabilmente, effetti sociali sulla città».