Campagna di donazioni per la ripartenza di Riace

Rilanciamo in prossimità del Natale una CAMPAGNA DI DONAZIONI per la ripartenza di Riace sul sito della Fondazione È Stato il Vento – Banca Etica

Come è successo finora, la solidarietà che vi chiediamo non si esaurisce nel solo sostegno monetario. Si tratta di sostenere, attraverso una donazione, la ripartenza faticosa di una realtà che rappresenta e interpreta un altro modo di intendere la questione migranti e la qualità della vita per tutti, e che è stata letteralmente “bombardata” per motivi politici. La resistenza di Riace è uno dei pochi segnali concreti che faticosamente cerca di reggere, nonostante il periodo pesantissimo che sta vivendo il nostro Paese.

L’anno che si sta chiudendo è stato un anno particolare e intenso per la comunità di Riace, che con grande fatica sta cercando di ripartire. Domenico Lucano, dal suo rientro a settembre dopo undici mesi di esilio, segue tutte le attività, nonostante l’amarezza del momento. Per contro, continuano i riconoscimenti da tutta Italia e dall’estero, gli ultimi a Berlino e a New York dove è stato invitato di recente.

Il progetto Frantoio di Comunità, supportato dalla Fondazione per l’avvio della lavorazione, attualmente è autonomo. È appena terminata la raccolta delle olive, cui hanno lavorato una ventina di persone (riacesi e migranti) assunte con contratti regolari. Il Frantoio ha lavorato bene, l’olio è risultato di ottima qualità ed è già apprezzato in tutta Italia grazie alla commercializzazione in bottiglia dei primi 1000 litri attraverso le botteghe Altro Mercato. Adesso è stato messo in taniche da 5 e 10 litri per la vendita diretta (per eventuali ordini scrivere qui: frantoio.oleario.riace@gmail.com). La produzione e la vendita dell’olio hanno garantito delle entrate che sono servite a coprire i costi delle persone che ci stanno lavorando. Più in generale, il lavoro dell’olio ha rappresentato una rivitalizzazione del borgo e una prima realizzazione di quello che è l’obiettivo perseguito dalla Fondazione: aiutare tutta la comunità di Riace verso una sua graduale autonomizzazione.

A Riace le botteghe sono state riaperte e rappresentano un segnale di continuità. Ci lavorano 16 persone fra migranti e riacesi. L’Asilo parentale è aperto e funziona.
Per quanto riguarda l’accoglienza e l’integrazione di richiedenti asilo e migranti, attualmente risiedono nel borgo una quarantina di persone che hanno scelto di rimanere e di condividere questa ripresa. Altre famiglie, provenienti da progetti costretti alla chiusura, stanno arrivando a Riace. Per questo c’è bisogno di interventi di ristrutturazione e manutenzione delle case adibite all’accoglienza. La Fondazione sostiene lo sforzo della comunità di continuare la “mission” di Domenico Lucano nella sua tradizione di accoglienza e sta al suo fianco nel lavoro di ricostruzione delle condizioni di possibilità per l’accoglienza. Per sostenere questo progetto nella sua complessità: Raccolta Campagna Riace riparte (Causale 1)
La taverna Donna Rosa, storico luogo di incontro della comunità, rischia la dismissione se non si fa rapidamente una proposta di acquisto. La comunità perderebbe il suo fulcro e ne sarebbe impoverita. Per questo pensiamo che salvare la taverna sia importante e proponiamo a tutti di contribuire a questo scopo.

Raccolta fondi per sostenere la Campagna Taverna Donna Rosa (Causale: 2)
È urgente ripristinare anche un luogo per l’Ambulatorio seguito dall’associazione Jimuel e chiuso dall’attuale amministrazione di Riace. L’Ambulatorio era un servizio importante di presidio sanitario pubblico a vantaggio dei migranti e dei cittadini di Riace, e non solo, anche dei comuni vicini; funzionava molto bene da più di due anni. La chiusura dell’Ambulatorio ha rappresentato una grave perdita per la comunità, va riaperto il prima possibile; è stato identificato uno spazio in cui potrà essere insediato, ma questo spazio necessita di lavori strutturali di adeguamento. Anche questo è un obiettivo che proponiamo di sostenere. Raccolta Fondi per ripristino Ambulatorio medico Campagna 3

Di fronte allonda nera del razzismo e della xenofobia che sta dilagando in Europa, dobbiamo difendere il modello Riace di accoglienza per chi fugge dalle guerre per chi vuole vivere in un’altra dimensione nel nostro Paese– Alex Zanotelli

É possibile sostenere tutti i progetti con una donazione, anche finalizzata specificamente con una semplice menzione del progetto scelto nella Causale del versamento.

IBAN: IT18P0501801000000016832693
BIC (bonifici all’estero): CCRTIT2T84A
Intestato a: Fondazione di partecipazione È Stato il Vento – Onlus- Banca Etica

Raccolta fondi per sostenere Campagna Riace riparte (Causale: 1)
Raccolta fondi per sostenere la Campagna Taverna Donna Rosa (Causale: 2) Raccolta fondi per sostenere la per il ripristino dell’Ambulatorio medico (Causale: 3)

Nota Importante: le donazioni potranno essere detratte sul modello 730 in quanto la Fondazione è iscritta al Registro Onlus.

Fondazione di Partecipazione E’ Stato il Vento
Sede legale a Milano in viale Adriatico 2 cap 20162 Sede operativa a Riace presso Palazzo Pinnarò

P.IVA: 10837540961 C.F.: 10837540961 Iban IT18P05018 01000000016832693

Appello: verità e giustizia per Ibrahim

Condividiamo l’appello di “Je so’ pazzo”:

Ibrahim Manneh aveva 24 anni, era nato in Costa d’Avorio, era cresciuto in Gambia e da anni viveva qui a Napoli. Ibrahim è morto nella notte tra il 9 e il 10 Luglio di malasanità e di razzismo. I suoi amici, i suoi familiari, i suoi compagni, non sanno ancora come sia stato possibile morire così. Eppure, ciò che ha ucciso Ibrahim non è frutto del caso: il semplice racconto delle sue ultime 24 ore di vita è esemplare dello stato attuale di questo Paese, del clima di odio e di indifferenza all’interno del quale vogliono gettarci,  di un sistema ingiusto e spietato dove i diritti più elementari vengono negati.

Scriviamo questo appello per mandare un messaggio chiaro: non possiamo far finta di niente, riteniamo sia doveroso far emergere tutta la verità sulle ultime ore di vita di Ibrahim e che venga fatta giustizia perché quanto successo non accada più.

Ibrahim se n’è andato tra sofferenze indicibili. Il suo calvario è iniziato la mattina del  9 luglio, quando ha cominciato ad accusare forti dolori addominali e si è recato all’ospedale Loreto Mare, che lo ha rimandato a casa dopo un’iniezione senza visitarlo con adeguata attenzione . Immediatamente dopo le condizioni di Ibrahim sono peggiorate,  e ha incontrato solo altri ostacoli; l’ostilità del tassista a cui ha chiesto di essere accompagnato nuovamente in ospedale e da cui si è sentito rispondere un no secco. Per trasportarlo, dicevano, c’era bisogno di un fantomatico “permesso della polizia”, solo perché Ibrahim era nero. L’attesa interminabile delle ambulanze del 118 e della guardia medica che non sono mai giunte. L’omissione di soccorso delle forze dell’ordine che davanti alle richieste di aiuto non hanno battuto ciglio tirando diritto con indifferenza. Ibrahim è morto subito dopo essere arrivato finalmente in ospedale dopo essere stato portato in spalla dai suoi amici fino alla guardia medica, dopo un’attesa interminabile in condizioni critiche. Da quel momento suo fratello e gli amici non hanno ricevuto informazioni per quasi 10 ore. I medici si sono rifiutati di parlargli.

Il diritto alla salute, in questo paese, è sempre più un miraggio per una fascia di popolazione in costante aumento, quella più povera e bisognosa che non riesce a permettersi cure adeguate. Ibrahim, senza ombra di dubbio alcuno, è stato vittima di malasanità ma anche e soprattutto del razzismo più subdolo e invisibile di questa società, quello che si esercita tra le file della burocrazia e degli uffici pubblici. Perché era nero, povero, senza qualcuno che potesse garantire, intercedere, per lui.  Ibrahim rischia ancora, da morto, di essere nuovamente vittima di un’ingiustizia, del tentativo di insabbiare la verità.

Ibrahim non aveva santi in paradiso, la sua storia non fa gola, e anzi rischia di mettere in pericolo, di gettare ombre su ruoli di responsabilità e dirigenza. È difficile, ma dobbiamo provarci. Non solo perché lo dobbiamo a lui e ai suoi cari, ma perché dobbiamo avere la pretesa che il destino che gli è toccato non colpisca più nessuno. Per farlo abbiamo bisogno di voi: della parte della società più integra e sana, quella che ancora non si sente assuefatta al generale clima di sfiducia e depressione del paese, che ha a cuore la verità, che cerca di restare umana.

Chiediamo di sottoscrivere questo testo, di diffonderlo, di schierarvi. Chiediamo con forza che la storia di Ibra non venga dimenticata, che le Istituzioni preposte si preoccupino di fare emergere la dinamica in cui Ibrahim se n’è andato, le responsabilità, le mancanze. Non è un paese civile quello che accetta che razzismo e malasanità possano mietere vittime impunemente.

VERITA’ E GIUSTIZIA PER IBRAHIM!

Salvare le vite prima di tutto

«L’Europa nasce o muore nel Mediterraneo», scriveva già decenni fa Alex Langer. Con questa stessa frase nel 2015 si chiamarono a raccolta le forze sane di questo paese per fermare la strage di migranti in mare. Ma le stragi sono continuate, anche nell’indifferenza. Un naufragare continuo arginato in parte dall’intervento della Marina, della Guardia Costiera e, soprattutto, delle Ong. Gli arrivi di questi ultimi giorni, in assenza di un sostegno reale anche nell’accoglienza da parte dell’UE, sono divenuti un alibi per il governo italiano che ha comunicato alla Commissione Europea l’intenzione di chiudere i propri porti alle navi delle organizzazioni umanitarie. Un simile atto di barbarie non può essere accettato da nessuno, indipendentemente dalle singole posizioni politiche o ideologiche. Si condannerebbero a morte, con cinismo immorale, migliaia di persone sospese fra le persecuzioni subite nei paesi di origine, quelle patite in Libia e il diritto alla salvezza. Occorre che l’UE si assuma responsabilità e che prenda decisioni coraggiose ma in linea con i principi morali che ispirano le loro costituzioni e le stesse fondamenta su cui poggia ciò che resta del sogno europeo. Ma occorre anche che, nel frattempo, non si neghi a donne, bambini e uomini di trovare riparo nei nostri porti, in nome di calcoli elettorali o degli allarmi esasperati degli imprenditori della paura.

Ed è in nome di questo necessario sentimento di umanità che ci appelliamo a tutte e a tutti. Troviamo insieme forme e modi per far sentire nelle nostre città, davanti alle prefetture, ai porti, la voce troppo spesso rimasta isolata di chi non vuole essere ancora complice di ulteriori misfatti. Verrà presto il tempo delle decisioni politiche, nazionali e dell’unione, verrà la necessità di uscire da un approccio emergenziale e proibizionista che porta soltanto a riempire ogni giorno sempre di più quella fossa comune che è oggi il Mediterraneo Centrale. Ma oggi, qui e ora, dobbiamo decidere, anche individualmente, da che parte stare. Verrà il giorno che di questo immenso crimine si dovrà rendere conto e nessuno di noi potrà dire “io non sapevo”. Sappiamo e dobbiamo avere la dignità di decidere se restare umani o scivolare nella normalità della barbarie, quella che non fa più notizia e non smuove più alcuna coscienza.

Primi firmatari
Stefano Galieni, Maurizio Acerbo, Gianluca Nigro, Paolo Ferrero, Loris de Filippi, Gianfranco Schiavone, Nicole Corritore, Grazia Naletto, Fulvio Vassallo Paleologo, Daniela Padoan, Casa Internazionale delle donne – Roma, Francesca Koch, Francesco Piobbichi, Annamaria Rivera, Associazione Babele, Vittorio Agnoletto, Alfonso Gianni, Chiara Sasso, Yvan Sagnet, Eleonora Forenza, Arturo Salerni, Edda Pando, Silvana Meli, Gennaro Avalllone, Sindacato Usi – Ati , Roberta Fantozzi, Simone Oggionni, Fabio de Nardis, Luigi Andreini, Antonio Ciniero, Associazione Marco Mascano, Associazione Todo Cambia, Associazione Scuola di Pace, Agata Ronsivalle, Progetto Melting Pot, Adriana Miniati, Rete Milano Senza Frontiere, Per un’Europa dei Popoli, Tania Poguisch, Anna Polo, Carlo Cartocci, Adriana Nannicini, Silvana Pisa, Luciana Colletta, Patrizia Fiocchetti, Loretta Mussi, Enrico Calamai, Chiara Parolin, Daniela Caramol, Michela Becchis, Circolo Bianca Bracci Torsi, Antonio Romano, Paolo Andreozzi,Valentina Manusia, Chiara Prascina, Associazione Pa.La.De. , Lidia Carlucci, Alessio di Florio, Associazione Antimafia Rita Adria, Chiara Anselmi, Anna Maffei, Tiziana Ulieri, Carla Baiocchi, Guglielmo Carcerano, Carlo Corsetti, Pierluigi Zuccalo, Lidia Carlucci, Marco Brazzoduro, Associazione Cittadinanza e Minoranze, Franco Bordoli, Maria Brighi, Cicci Solinari, Leda Di Paolo, Paolo Kerpon, Cinzia Bomoll, Serena Termini, Luigi Filippetto, Donatella Rovini, Osservatorio Migranti Basilicata, Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos, Ramona Parenzan, Daniele Barbieri, Gabriella Guido, Campagna LasciateCIEntrare, Ass. K-Alma, Massimiliano Martelli, Renza Sasso, Michelle Muller, Ass. Culturale Gli Occidentali, Vittoria Pagliuca, Vincenzo Russo, Rudy Colongo, CUB immigrati Roma Provincia, Wissal Houbabi, Pietro Del Zanna, Anna Camposampiero, Annamaria Gobbetti, Antonella Barranca, Associazione Culturale Dieci Quindici, Stefano Bleggi, Yasmine Accardo, Marco Olivieri, Sergio Bontempelli, Pio Russo Krauss, Sveva Haertter, Roberto Mamone, Adriana Giussani, Emilio Drudi, Officina delle culture, Riccardo Gullotta, Corrado Maffia, Federico Olivieri, Andrea Billau, Carolina Zincone, Eshter Koppel, Giulia Beatrice Filpi, Elena Mazzoni, Alessandra Fagioli.

Per adesioni: stefano.galieni60@gmail.com glnigro@gmail.com